A un anno dalla firma dell’accordo tra Fondazione Ansaldo e Archivio Luce Cinecittà sono disponibili on-line su Archimondi i primi risultati della collaborazione per la digitalizzazione del patrimonio filmico conservato in Fondazione.

Il primo archivio filmico ad essere interamente digitalizzato e presentato al pubblico è il Castellani – Setti composto da 41 pellicole prodotte tra la fine degli anni ‘20 e la metà degli anni ‘30 del Novecento.

 Castllani Setti Washington 1934

Fotogramma da una ripresa di Washington, 1934

 Nel giugno 2021 Fondazione Ansaldo e Archivio Luce Cinecittà hanno siglato un accordo volto alla digitalizzazione e promozione del patrimonio filmografico d’epoca. Le pellicole coinvolte, in corso di digitalizzate presso i laboratori di Luce Cinecittà, provengono da alcuni archivi di Fondazione Ansaldo. L’accordo intende valorizzare il patrimonio storico-culturale contenuto negli archivi, vere e proprie Fabbriche della Memoria, dove quest’ultima è materia da plasmare per produrre conoscenza, cultura e spunti di riflessione per il nostro presente e futuro.

Le tecnologie informatiche e digitali sono oggi un ulteriore strumento di valorizzazione, che consentono nuovi orizzonti di fruibilità nella convinzione che il patrimonio culturale sia un bene collettivo non soltanto da tutelare, ma anche da diffondere su larga scala. 

 Castellani Setti cascate del Niagare 1932

Fotogramma da una ripresa delle Cascate del Niagara, 1932

A un anno dalla firma dell’accordo sono disponibili i primi risultati della collaborazione on line su Archimondi, la piattaforma digitale di Fondazione Ansaldo dove è possibile consultare liberamente – inter alia – alcuni abstract filmici dell’Archivio Castellani Setti, composto da 41 pellicole originali in bianco e nero, la cui digitalizzazione in alta risoluzione è stata effettuata dall’Archivio Luce.

Il fondo filmico è costituito da parte della collezione del prof. Luigi Castellani, marito della signora Laura Setti, nipote di Giulio Setti, celebre direttore d'orchestra che l'impresario Giulio Gatti Casazza volle con sé nel 1908 per dirigere il Metropolitan Opera House di New York. La collaborazione durò sino alla stagione 1935 - 1936; in questi anni Giulio Setti si avvalse dell'aiuto di personaggi del calibro di Arturo Toscanini, Enrico Caruso, Ettore Panizza, Giorgio Polacco e Tullio Serafin.

La maggior parte dei filmati venne girata da Giulio Setti durante i suoi frequenti viaggi di lavoro: numerose sono infatti le riprese delle grandi metropoli oltreoceano dell'epoca, da New York a Washington, a cui si aggiungono molte città europee quali Verona, Vienna, Zurigo, Norimberga, St. Moritz e Salisburgo. Particolarmente suggestive sono infine le vedute di Genova che restituiscono l'immagine di una città vivace e in pieno sviluppo, ancora molto distante dagli orrori e dalle devastazioni del secondo conflitto mondiale che scoppierà pochi anni dopo.

Castellani Setti sulmare a Genova 

Fotogramma da una ripresa di Genova, anni ‘30

A valle della digitalizzazione in alta risoluzione delle pellicole originali, Fondazione Ansaldo in collaborazione con la Cooperativa Is.For.Coop ha realizzato gli abstract rappresentativi dei passaggi più significativi, aggiungendovi musica di accompagnamento in quanto le pellicole sono mute.  Gli abstract mostrano rare riprese delle città sopra citate. Chiunque desideri visionare i filmati integrali può inviare richiesta di consultazione alla Cineteca di Fondazione Ansaldo tramite l’indirizzo e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

La messa on-line gratuita di questo primo nucleo di filmati è lo step iniziale della collaborazione tra Fondazione Ansaldo e Archivio Luce Cinecittà che punta anche alla realizzazione di eventi culturali, percorsi espositivi e mostre, progetti filmici e per percorsi didattici ed educativi. A tal proposito, Fondazione Ansaldo e Istituto Luce-Cinecittà parteciperanno insieme alla Biennale Tecnologia 2022 organizzata dal Politecnico di Torino a novembre con un audiovisivo che sarà realizzato integrando reperti delle rispettive foto-cineteche su temi connessi all’industria e al lavoro.

 

 Montaggio di varie riprese eseguite da Giulio Setti, anni ‘30

Dalla fusione della Cornigliano nell’Ilva le riviste «Cornigliano» e «Noi dell’Ilva» cessarono le pubblicazioni per dar vita ad un unico nuovo bimestrale destinato ai circa trentamila dipendenti della neo costituita Italsider: «Rivista Italsider». Questa, completamente leggibile su sul sito di Archimondi, porta avanti la strategia di promozione culturale attuato dai vertici industriali e dedicata non solo ai dipendenti ma a tutte le comunità di cui essi facevano parte.

Ad oggi la Fondazione conserva 36 uscite che coprono un arco temporale che va dal 1960 al 1965.

 Copertina Rivista Italsider n.1. 1960

Copertina Rivista Italsider, n.1. 1960

La strategia di promozione culturale avviata dalla rivista «Cornigliano» proseguì e si perfezionò con la «Rivista Italsider», pubblicazione voluta per la nuova società nata nel 1961 dalla fusione mediante incorporazione della Cornigliano nell’Ilva Alti Forni e Acciaierie d’Italia.

La prima uscita della rivista venne pubblicata in occasione del Natale 1960 - Capodanno 1961 come bimestrale d’informazione aziendale.

Direttore responsabile fu Carlo Fedeli, già a capo delle relazioni pubbliche della Cornigliano, e si avvalse della collaborazione di Arrigo Ortolani, già direttore della «Cornigliano», Giuseppe Ceccarelli e Giorgio Clavarino. Dal numero di marzo - aprile 1961 entrò inoltre nel Comitato di direzione anche Mario Lucio Savarese, uomo di riferimento della Finsider nella rivista.

La rivista si avvalse anche del contributo di giornalisti quale Luciano Rebuffo e di illustratori come Riccardo Manzi, Giancarlo Cazzaniga, Bruno Caruso e Flavio Costantini. La veste grafica venne curata nuovamente da Eugenio Carmi, che in quegli anni partecipò attivamente alla costruzione dell’immagine pubblica della siderurgia italiana. Grazie alla sua direzione l’arte continuò ad essere sempre presente, non solo nella copertina ma attraverso continui riferimenti, assicurandosi la collaborazione di celebri illustratori, scrittori, critici, scultori e fotografi.

Rivista Italsider n. 2 1963

Copertina Rivista Italsider, n.2. 1963 - Alberto Savinio - "I genitori", 1928

Tra gli artisti coinvolti si possono ricordare lo scultore Ettore Colla, Giuseppe Capogrossi, Franco Gentilini, Pierre Soulanges, Rocco Borella, Achille Perilli, Zoltan Kemeny, Victor Vasarely, Joe Tilson, Edo Murtic, Louise Nevelson, Robert Rauschenberg (vincitore della biennale di Venezia nel 1964), Alberto Savinio (fratello di Giorgio De Chirico).

In linea con gli intenti formativi e promozionali della cultura contemporanea nella pagina del sommario della rivista trovava spazio una sintesi biografica degli artisti e della loro produzione, e nell’ottica di offrire sostegno all’espressione artistica si rimarcava il connubio tra “le due culture”, l’umanistico-letteraria e la scientifico-tecnica.

La stessa attenzione alle vesti grafiche presente nella «Cornigliano» caratterizzò anche la nuova rivista: la copertina del primo numero presentava infatti un dipinto di Gino Severini intitolato “Nascita dell’Italsider” commissionato per l’occasione all’artista.

Nel secondo numero del marzo - aprile 1961 la copertina mostrava invece un dipinto di Eugenio Carmi intitolato “Ferro e acciaio 1961”, contestuale all’editoriale che presentava ufficialmente la nascita dell’Italsider - Alti forni e acciaierie riunite Ilva e Cornigliano - Società per Azioni.

Nella scelta editoriale di analizzare il mondo del lavoro nei suoi diversi aspetti culturali ebbe larga parte la celebrazione della capacità produttiva e delle ricorrenze aziendali, attraverso articoli quali «I dieci anni di Civiltà delle Macchine», «Novi Ligure», «I 30 anni dell’IRI», «Il centro siderurgico di Taranto nel piano di potenziamento della Finsider», «Il Capo dello Stato a Taranto», «A Genova una strada in acciaio».

Si pubblicarono inoltre articoli inerenti la formazione professionale dei lavoratori e rassegne sulla produzione nazionale ed internazionale dell’acciaio, presentando inoltre dati tecnici e statistici, bilanci, inchieste, temi di interesse aziendale e profili di autorevoli dirigenti (Oscar Sinigaglia, Antonio Ernesto Rossi). Al contempo aumentarono gli articoli di interesse culturale, come quelli dedicati alle mostre, al cinema, ai convegni, ai concorsi fotografici ed alle figure di importanti architetti (Gio Ponti, Pier Luigi Nervi). Particolarmente significativo fu l’impegno profuso dall’Italsider nella partecipazione alla mostra “Sculture nella città”, organizzata nell’ambito del “Festival dei Due Mondi” di Spoleto nell’estate 1962, che vide l’esposizione di numerose opere d’arte.

Rivista Italsider n. 4 1962

 Rivista Italsider, n. 4, 1962 - Spoleto, agosto 1962.
Lo scultore americano Alexander Calder sotto il suo grande "stabile" d'acciaio

Nel corso degli anni vennero presentati inoltre articoli, saggi e contributi di scrittori quali Umberto Eco, Gillo Dorfles, Francesco Cesare Rossi e Fulvio Tomizza.

La rivista, distribuita gratuitamente non solo ai propri dipendenti ma inviata anche a personalità del mondo politico, economico, industriale, finanziario e ad istituti culturali, fu considerata strumento di relazioni pubbliche ed elemento di pregio dell’azienda, alla quale si affiancava una serie di pubblicazioni minori edite a cura dei singoli stabilimenti.

Pubblicata per quattro anni, edita in circa 30.000 copie per i dipendenti e in circa 15.000 copie per le pubbliche relazioni, il periodico venne chiuso nel 1965, in relazione alla decisione di spostare il centro gestionale dell’Italsider da Genova alla sede romana della Finsider.

Dal 1960 ebbe inizio una maggiore articolazione dell’offerta informativa e formativa degli house organs interni all’Italsider con la pubblicazione di riviste di stabilimento quali «Cornigliano notizie», «Campi, Lovere, Savona notizie», «Bagnoli notizie», «Italsider notizie», «Piombino notizie», «Trieste notizie», «Taranto notizie».

Le riviste di stabilimento, coordinate da Giorgio Clavarino, erano conferma di quell’attenzione alle community relations e della valorizzazione delle peculiarità espressi dai diversi contesti produttivi e geografici.

Pietro Consagra nello stabilimento Italsider di Savona per la realizzazione di Colloquio con il vento

 Rivista Italsider, n. 4, 1962 - Spoleto, agosto 1962.
Lo scultore americano Alexander Calder sotto il suo grande "stabile" d'acciaio
realizzato nello stabilimento Italsider di Savona

La schedatura e la digitalizzazione del presente materiale è stata possibile grazie alla collaborazione di Andrea Baglietto e Matilde Sanguineti nell'ambito del programma di tirocini curriculari dell'Università degli Studi di Genova.

 

«Civiltà delle Macchine» era una rivista bimestrale pubblicata dal 1953 al 1979 grazie al sostegno di Finmeccanica e fondata da Leonardo Sinisgalli e da lui diretta fino al 1957.

Le pagine di «Civiltà delle Macchine», in parte disponibili su Archimondi, sono il frutto dell’ecclettismo di Sinisgalli, lui stesso interprete vivente dell’armonico connubio tra cultura umanistica e scienza.

Sinisgalli sulle pagine della sua rivista interroga i più importanti intellettuali del suo tempo e li invita ed esporre le loro considerazioni, riflessioni, ma anche paure ad angosce, sulle macchine e sul loro ruolo nella civiltà moderna. Problemi, discussioni, quesiti anche cruciali mai così centrali e attuali come oggi, in un’epoca in cui si costruiscono macchine che servono a delle macchine per produrre altre macchine.

La rivista è ritornata nel 2019 su iniziativa della Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine.

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CdM-copertina-Una sagoma di acciaio nei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Trieste-novembre 1954-anno II, n.6

Nell’idea del suo ideatore, «Civiltà delle Macchine» doveva essere un “ponte” per mettere a contatto alcuni tra i massimi scrittori, artisti e poeti con la realtà della scienza, dell'industria, della tecnologia; un laboratorio in grado di verificare l’utilità, e per certi versi l’insostituibilità, dell’approccio creativo dell’arte e della letteratura come strumento di conoscenza per fenomeni che di letterario non hanno nulla.

La rivista nasce in un periodo storico particolare: da un lato gli orrori della guerra, nel 1953 ancora così vicini nella memoria da non poter neppure essere definiti ricordi, e quell’inquietudine di fondo che si portano dietro, generata dall’aver compreso in tutta la sua drammaticità la fragilità della vita umana, e dall’altro la voglia di rinascita e di ricostruzione, l’idea di un progresso potenzialmente senza limiti e la volontà di mettere quelle stesse macchine e tecnologie, portatrici di morte e distruzione durante la guerra, al servizio della collettività.

Sinisgalli interroga quindi i più importanti intellettuali del suo tempo e li invita ed esporre le loro considerazioni, riflessioni, ma anche paure ad angosce, sulle macchine e sul loro ruolo nella civiltà moderna. Le risposte oscillano tra l'utopia espressa da Moravia (“il dominio sulla macchina senza inconvenienti e senza pericoli”), l'ottimismo di Gadda (“La parola progresso, che altrove è mito e bugia, non è mito e neppure bugia, nel vasto cantiere della verità meccanica dove sono ad opera le macchine”), il pragmatismo di Tofanelli (“Dalla bicicletta a motore all’aereo supersonico, alle macchine a propulsione atomica, la sostanza non cambia. Nella lotta contro la miseria e per l’accorciamento delle distanze, la macchina ha un compito decisivo, ed è dalla parte di chi lavora”), i dubbi espressi dal pur entusiasta Ungaretti sulla possibile disumanizzazione prodotta dalla società tecnologica e sulla necessità di dominare la macchina, di “renderla moralmente arma di progresso”.

Problemi, discussioni, quesiti anche cruciali mai così centrali e attuali come oggi, in un’epoca in cui si costruiscono macchine che servono a delle macchine per produrre altre macchine.

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 Copertina - Volo di uccelli di Leonardo da Vinci -  gennaio 1953, anno I, n. 1

Proprio per questo nel 2019, dopo un silenzio durato quarant'anni, Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine ha deciso di rieditare la rivista, rinnovandone il progetto editoriale e proponendola con periodicità trimestrale per “…inoltrarsi nei terreni difficili della ricerca e del dialogo interculturale, avendo alle spalle non un mecenate ma una impresa radicata in questo Paese…”. Il primo numero della nuova rivista è stato presentato il 5 giugno 2019 al Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano.

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Primo numero Civiltà delle Macchine giugno 2019

Il progetto di digitalizzazione portato avanti da Fondazione Ansaldo, ha visto come protagoniste, oltre «Civiltà delle Macchine», altre tre tra le più importanti riviste prodotte dal mondo industriale del ‘900. Oggi parliamo della «Cornigliano», esempio virtuoso dell’espressione della corporate culture, dell’identità di una realtà lavorativa che non è fatta soltanto di prodotti e risultati economici, ma anche di persone.

Fondazione Ansaldo ad oggi conserva 23 numeri, pubblicati tra il 1957 e il 1961, leggibili integralmente sul sito di Archimondi.

Cornigliano Rivista di informazione aziendale

 Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 3, 1960

Nel gennaio 1957, inserita in un articolato programma di relazioni pubbliche voluto da Gian Lupo Osti per la Cornigliano, iniziava la pubblicazione dell’omonima rivista d’informazione aziendale.

La sua rilevanza è dovuta sia alla qualità dei suoi articoli, sia perché fu chiaramente ispirata alla prestigiosa rivista coeva «Civiltà delle Macchine», distinguendosi da subito per essere, negli anni del “boom economico”, la più originale espressione di quella che oggi viene definita corporate culture. Venne pubblicata in circa 5.000 copie destinate ai dipendenti oltre a circa 4.000 copie per le pubbliche relazioni, con una periodicità bimestrale e fu preceduta da un numero unico edito nel dicembre 1956.

La redazione era composta da membri dell’Ufficio stampa e pubblicità dell’azienda, reparto che nel 1959 assunse la denominazione di Ufficio relazioni pubbliche.

Il primo direttore responsabile fu Arrigo Ortolani che si avvalse per la grafica di copertina e per l’impaginazione del contributo di un noto artista che aveva già collaborato per la società Esso Standard Italiana, il pittore genovese Eugenio Carmi. Fu però Gian Lupo Osti ad affidare nel 1956 a Eugenio Carmi la responsabilità di sovraintendere tutte le manifestazioni visive e le espressioni grafiche della Cornigliano.

Copertina di Eugenio Carmi il blooming

Copertina di Eugenio Carmi - il blooming,
Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 3, 1957

Gli articoli della rivista non erano quasi mai firmati ma tra i collaboratori vi furono Giuseppe Ceccarelli, Giorgio Clavarino, Luciano Rebuffo e Carlo Fedeli, futuro direttore della «Rivista Italsider».

Sin dai primi numeri furono presentati articoli d’informazione sull’organizzazione aziendale, sulla realtà tecnologica dell’industria, sui dati economici della siderurgia nazionale e mondiale.

La rivista si proponeva inoltre anche nel suo specifico ruolo di mediazione e raccordo tra azienda e il mondo esterno.

Una volontà di trasparenza a cui si aggiungeva l'impegno a formare culturalmente ogni singolo lavoratore. Si affermava così come fosse giunto il momento di “…operare in concreto perché realtà e cultura, vita e pensiero, attività costruttiva e poesia trovino finalmente quei motivi di convergenza e di fusione che soli possono rendere spedito e fecondo il cammino della civiltà”.

Di conseguenza, nei numeri successivi venne presentato il programma d’informazioni, interne ed esterne, rivolto al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti.


Questa politica di apertura al lavoratore e questa volontà di formazione continua trovarono un preciso corrispettivo anche nelle scelte grafiche operate da Carmi. In particolare attraverso l’uso in copertina di figurazioni informali e astratte del mondo siderurgico (altiforni, gasometri, laminatoi ecc.), si perseguiva la promozione dell’arte contemporanea.

Oltre a Carmi vanno ricordati gli illustratori Riccardo Manzi, Flavio Costantini, Renzo Vespignani e il fotografo svizzero Kurt Blum.

Seconda di copertina gasometri allo specchio

Seconda di copertina: gasometri allo specchio, fotografia di Kurt Blum
Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 3, 1959

In seguito fecero la loro comparsa sulle copertine immagini fotografiche di opere pittoriche di artisti quali Emilio Scanavino e Georges Mathieu e di sculture di Arnaldo Pomodoro, Nino Franchina e Agenore Fabbri.

Le opere degli artisti contemporanei contribuivano alla costruzione dell’immagine pubblica della Cornigliano ed incoraggiavano i dipendenti - lettori ad ampliare le proprie conoscenze e la capacità di analisi culturale, nell’originale tentativo di avvicinare e coinvolgere il pubblico ad un’estetica di avanguardia promosso da Carmi e dal gruppo dell’Ufficio Relazioni pubbliche.

Sulla rivista vennero pubblicati articoli di cronaca aziendale, di storia, saggi e sintesi di conferenze.

Semplice ed avvincente la serie di articoli e studi storici presentati sul tema dello sviluppo industriale in Italia, quali «L’industria italiana alla vigilia dell’unificazione del Regno», «Le vicende dell’industria italiana dall’unificazione del Regno alla prima guerra mondiale» e «L’industria italiana fra le due guerre mondiali».

Particolarmente significativo, a sottolineare lo sviluppo dell’azienda, l’articolo «La siderurgia nell’economia genovese», contributo di Enrico Redaelli al convegno di studi economici e sociali “Città di Genova” nel febbraio 1960.

Nel dicembre 1960, in seguito alla fusione della Cornigliano nell’Ilva, le riviste «Cornigliano» e «Noi dell’Ilva» cessarono le pubblicazioni per dar vita ad un unico nuovo bimestrale destinato ai circa trentamila dipendenti della neo costituita Italsider: «Rivista Italsider».

La schedatura e la digitalizzazione del materiale presente su Archimondi è stata possibile grazie alla collaborazione di Noemi Santostefano nell'ambito del programma di tirocini curriculari dell'Università degli Studi di Genova.

sintesi della laminazione composizione in acciaio e rame

In copertina: sintesi della laminazione (composizione in acciaio e rame) di Arnaldo Pomodoro
Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 1, 1960


Le donne sono presenti, in misura diversa, in quasi tutti gli archivi conservati da Fondazione. Talvolta lo sono in forma collettiva, corale; talaltra è invece possibile delineare alcune individualità forti, dominanti, capaci di imporsi nella società dell’epoca. “In un prossimo avvenire la donna non si contenterà più di essere una macchina per far figliuoli o una bambola da salotto; ma mostrerà che nella lotta libera delle forze individuali ha anche essa il diritto di combattere per la propria indipendenza”: così chiosava nel 1917 Luigi Ferrannini, professore della Regia Università di Napoli, nientemeno che dalle pagine della rivista «Le Industrie Italiane Illustrate», uno tra i più importanti periodici legati al mondo industriale e imprenditoriale dell’Italia preunitaria.

La prima forte personalità femminile che si incontra negli archivi della Fondazione Ansaldo è Flavia Steno, nomen de plume di Amelia Osta Cottini (Lugano 1877 - Genova 1946), tra le prime donne giornaliste de «Il Secolo XIX» e autrice di romanzi di appendice pubblicati dapprima a puntate e in seguito raccolti in volume dall’editore Treves, che ottennero grandissimo successo all'epoca.

 ritratto di Flavia Steno

 Fondo Flavia Steno, ritratto di Flavia Steno, senza data

 La raccolta che porta il nome di Flavia Steno è stata recuperata dagli eredi e dalla professoressa Martina Milan, docente di Storia del Giornalismo presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Genova, e ceduta a Fondazione Ansaldo nel 1999. La documentazione è costituita da 45 fascicoli (per un totale di 1518 documenti), ed è relativa soprattutto agli ultimi anni di attività professionale della giornalista. Dal novembre 2021 è consultabile su Archimondi, il risultato della prima fase del nuovo piano di digitalizzazione portato avanti da Fondazione Ansaldo.

Amelia Osta Cottini nacque da Adelaide Brughera, che apparteneva a una famiglia di industriali, proprietari di una cartiera, e da Giovanni Osta, dapprima dedito al commercio e in seguito impiegato alla Gio. Ansaldo Armstrong e C.

Studiò dagli 8 ai 14 anni presso il Collegio di montagna di Dumenza, tra Luino e Ponte Tresa, dove apprese perfettamente l’italiano, il francese ed il tedesco. In seguito Amelia proseguì gli studi a Milano, dove a soli 14 anni ottenne il diploma di maestra elementare alla scuola normale o magistrale femminile; fu poi a Zurigo e a Losanna, con il diploma di magistero superiore. È probabile che abbia frequentato l’università di Zurigo, probabilmente solo come uditrice, dato che non compare il suo nome nella lista delle iscritte. Fra il 1895 e il 1898 insegnò letteratura italiana e storia universale nella scuola femminile di Locarno. E sul tema dell’insegnamento scrisse due romanzi pubblicati dal 1898 al 1900, gli unici che portano il suo nome originale: Mignon Sartori e L’istitutrice del baronetto inglese. Sono i primi due romanzi di una lunga carriera: ne firmerà con altri nomi oltre una trentina.

Nel 1898 arrivò a Genova con il marito, Giovanni Cottini. Le carte purtroppo tacciono su quali furono i motivi del loro arrivo a Genova. Fatto sta che, già nello stesso 1898, Amelia varcò la soglia della redazione del «Secolo XIX» dove conobbe Luigi Arnaldo Vassallo, in arte Gandolin, giornalista di chiara fama, già direttore del «Messaggero» di Roma e del giornale «Il Caffaro» di Genova, da poco direttore de «Il Secolo XIX». La sua prova d’ingresso fu un articolo sulla scultrice Jeanne Royannez, moglie del politico socialista Clovis Hughues, la quale aveva ucciso a colpi di pistola un giornalista che aveva diffamato il marito. L’esito positivo della prova determinò l’inizio della sua carriera giornalistica con lo pseudonimo di Flavia Steno, scelto da Gandolin.

L’incontro con Gandolin, dal quale nacque una sincera e duratura amicizia, è destinato a segnare profondamente i futuri sviluppi della carriera della Steno. Grazie a lui, la giornalista conosce Ferdinando Maria Perrone, proprietario de «Il Secolo XIX» e della Gio. Ansaldo & C., tra le più importanti industrie pesanti di tutto il territorio nazionale, e la sua famiglia, diventando amica anche della moglie, Cleonice Omati.

Flavia Steno ha sempre espresso posizioni moderate nei confronti del femminismo, ma negli anni che intercorrono tra il 1899 ed il 1901, pur essendo alle prime armi, si afferma proprio trattando questioni scottanti: per esempio la liceità dell’avvocatura femminile o la necessità di un impiego per le donne. Nel settembre 1900, in occasione dell’Esposizione di Parigi ebbe luogo il congresso internazionale femminile, indetto dal giornale «La Fronde» - periodico redatto da sole donne - e la Steno conquistò il diritto di cronaca. Pur essendo ammiratrice di donne come Emilia Mariani, ferma sostenitrice del voto femminile, la Steno non si espresse mai positivamente sulla questione, poiché considerava la donna italiana impreparata culturalmente.

Favorevole all’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, dal 1915 il suo interventismo si concretizzò nel ruolo di corrispondente di guerra e agente di propaganda senza soluzione di continuità. Su incarico di Mario Perrone – erede del padre Ferdinando Maria Perrone sia nella gestione de «Il Secolo XIX» sia dell’Ansaldo –, nel 1915 si recò a Berlino e iniziò ad inviare dispacci quotidiani con lo pseudonimo di Mario Valeri. Fu fra le poche donne a vedere e raccontare il conflitto dal fronte, infiammando una mobilitazione femminile patriottica che spinse la scrittrice e giornalista Paola Baronchelli Grosson a inserirla fra le 157 donne benemerite della città di Genova.

Nell’autunno 1915, Flavia Steno si recò a Palmanova per avere dal Comando Supremo l’autorizzazione a visitare le formazioni sanitarie del Fronte. Dalla serie di corrispondenze pubblicate da «Il Secolo XIX» - Nell’orbita della guerra - sull’organizzazione sanitaria militare, preceduta da un’inchiesta sui ricoveri genovesi, si enucleano i motivi del suo pensiero: l’esaltazione del soldato visto come “corpo da curare – anima della nazione”, il rilancio dell’estetica futuristica della guerra, il richiamo all’istinto di maternità.

Durante il biennio “rosso”, le sue posizioni di fondo si ritrovano nella rivista femminile «La Chiosa», da lei fondata il 20 novembre 1919. Nel 1922 partecipò al congresso liberale in rappresentanza delle donne. Come portavoce del partito liberale si schierò a favore dell’impresa di Fiume, dell’italianità, dell’intoccabilità dell’istituto familiare, sostenne una legge sulla ricerca della paternità, per debellare la piaga dell’abbandono dei bimbi, proclamò nuovamente la necessità del lavoro per le donne, assunte durante la prima guerra mondiale da molte industrie ausiliare, in primis l’Ansaldo, per sostituire gli uomini partiti per il fronte e immediatamente licenziate con il ritorno dei reduci. Si oppose agli scioperi e allo stesso tempo indisse delle campagne referendarie fittizie per dibattere sul divorzio.

Dal 1923 la sua rivista fu presa di mira, perché vi si deploravano i metodi della politica di Mussolini. Il 31 dicembre 1925 la Steno fu costretta a congedarsi dalle sue affezionate lettrici. Durante il ventennio fascista scrisse romanzi e apparve di rado pubblicamente. Espose le sue idee più intime rispondendo alla posta delle lettrici, essendo divenuta responsabile, dal 1930, della rubrica La posta di Mirandolina, sempre su «Il Secolo XIX».

In un articolo del 21 gennaio 1938 la Steno, in occasione di una conferenza volta a celebrare i suoi quarant’anni di giornalismo, si espresse con prudenza verso il fascismo e la missione del giornalista di regime. Scrisse così sui balilla genovesi, sui discorsi del duce, sul fascismo e la visione della donna, sul divieto del consumo di beni importati, e per ordine del governo, su Graziani in Tripolitania, e sui pionieri in Africa.

Nonostante l’iniziale prudenza, con il passare degli anni la sua posizione nei confronti del fascismo si radicalizzò, portando ad una netta rottura. Il 27 luglio 1944, in seguito alla pubblicazione di un suo giudizio sui libri di testo per bambini, apparso nel 1943 sul «Secolo XIX», in cui osteggiava il fascismo (“in blocco non è eccessivo giudicarli un obbrobrio”), venne condannata a quindici anni di reclusione. Lasciò Genova, si recò a Zerba, a Moncalvo, dove trovò ricovero in un cascinale, in cui dimoravano i partigiani. Grazie all’ottenimento di una carta d’identità falsa, sotto il falso nome di Rina Fantoni, attese la caduta del regime.

 Stralci della sentenza di condanna di Flavia Steno a quindici anni di reclusione

Stralci della sentenza di condanna di Flavia Steno a quindici anni di reclusione 1 Stralci della sentenza di condanna di Flavia Steno a quindici anni di reclusione, 1944

Documenti falsi di Rita Fantoni

 Documenti falsi di Rita Fantoni

Finita la guerra tornò a scrivere per un anno al «Corriere» e poi al «Secolo XIX», fino al dicembre del 1946. Il 4 dicembre 1946 condannò in un articolo i massacri di civili, soprattutto di donne e bimbi nei campi di Esperia da parte delle truppe marocchine, paragonandoli agli orrori dei campi di sterminio nazisti e lanciando un appello alle donne parlamentari da lei elette, per rendere pubblico il misfatto. Morì poco dopo, la notte del 19 dicembre 1946. I colleghi e le colleghe, dopo la sua scomparsa, ne diedero notizia sui giornali genovesi. Marbett su «Il lavoro nuovo» scrisse: «come la Serao era imbevuta fino al midollo di questo agre e affascinante odor d’inchiostro tipografico…grandi figure l’una e l’altra, nella loro sostanziale modestia fortissime rivendicatrici, senza darsene l’aria, dei diritti dell’intelligenza femminile».

Prima pagina del dattiloscritto originale di Cascina Gigliola

 Prima pagina del dattiloscritto originale di “Cascina Gigliola. Romanzo Partigiano”, senza data ma 1944 - 1945