Foto Ufficiale CSM Gen Alberto ROSSO

È in questo alone romantico, che ci solleva da terra e che ci fa volgere lo sguardo verso un orizzonte lontano, che troviamo e facciamo nostro il retaggio di quegli aviatori, dei loro SVA e di quel raid di 100 anni fa, ne raccogliamo il testimone con riverente rispetto ed ammirazione ma con lo stesso spirito e con la stessa freschezza e passione.

Generale di Squadra Aerea Alberto ROSSO

 

 

Ritaglio da Giornale Il rinnovamento 18 1 1921

Quella dei piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero fu un’impresa epica per concezione, sforzo e realizzazione, “nata” non a caso dall’incontro tra due poeti e sognatori, Gabriele D’Annunzio e il giapponese Harukichi Shimoi, sincero ammiratore dell’Italia.

Il raid richiese le migliori energie e risorse che l’epoca poteva offrire, rappresentò una sfida alle leggi della natura ed ai limiti imposti dalle conoscenze e dalla tecnologia di quegli anni.

La portata di quell’impresa, per quanto spettacolare già agli occhi di chi poté assistervi, tanto da venire celebrata in Giappone con ben 42 giorni di festeggiamenti per decreto dell’Imperatore Taishō, non si esaurisce nel successo contingente del momento; fu tutt’altro che fine a se stessa. Per quanto ne mostrasse alcuni tratti, infatti, non si trattò né di un’avventura temeraria fatta per il puro gusto della sfida, né di un’ordalia, un giudizio divino cui sottoporsi per una sterile dimostrazione di valore e di audacia.

Si trattò, piuttosto, dell’ennesima manifestazione di quella pressione costante, di quella ricerca incessante che l’uomo per sua natura applica ai limiti del conosciuto, all’involucro in cui il mondo cerca di costringerlo e che da sempre cerchiamo di espandere, erodendo poco alla volta il territorio dell’ignoto. È quella continua e costante opera, fatta di tentativi, fallimenti, piccoli passi, improvvisi balzi e assalti (raid …), che di solito ha portato alle più grandi imprese e scoperte del genere umano.

Il volo di Ferrarin trascende il volo, così come il viaggio di Marco Polo trascese il concetto di viaggio. Entrambi diventarono qualcosa di più: simboli, icone viventi e vissute di un processo di scoperta e conoscenza, concetti del resto già insiti in modo seminale in quello di viaggio.

Nelle parole stesse di Ferrarin si intuisce la pulsione a “qualcosa di più” e, forse, una sorta di epifania: «Non ho più incertezze…  Sono un Budda, il cinquecentounesimo…  Il volo non ha più interesse per me, è un mezzo qualunque. L’arrivo è cosa decisa dal destino».

Che quel viaggio fosse pregno di altri risultati futuri, doveva essergli ormai chiaro.

E infatti il raid Roma-Tokyo diede un contributo significativo al progresso del volo.

Il biplano SVA.9 di Ferrarin, atterrando allo Yoyogi Kōen, alle 14:25 del 31 maggio 1920, dimostrò che il mezzo aereo poteva davvero unire i due capi di una mappa immensa. Ciò che era solo immaginabile da sognatori e da poeti-guerrieri non soltanto si era dimostrato possibile, ma sarebbe diventato la più ordinaria delle realtà.

Cento anni fa per superare 18.000 km furono necessarie 112 ore di volo in oltre 30 tappe, coperte in tre mesi e mezzo, con un dispendio di energie e risorse immenso (tanto da generare critiche e aspre polemiche in Patria), fronteggiando avversità, superando incidenti e persino sacrificando delle vite. Del nutritissimo gruppo originario, solo alcuni valorosi trasvolatori - i due piloti Arturo Ferrarin e Guido Masiero e i loro insostituibili motoristi Gino Cappannini e Roberto Maretto - riuscirono a giungere a destinazione.
L’abbrivio dato da Ferrarin non ha esaurito la sua spinta. La sua opera di staffetta, capace di battere e vincere sentieri nuovi e impervi, non si è mai conclusa, anzi è stata raccolta da chi è venuto dopo di lui.

Ferrarin a Tokio 1 di 2

Nuovi traguardi si sono via via aggiunti nel corso degli anni nella storia del volo, brevissima, ma al contempo ricchissima ed in continua, costante, rapidissima evoluzione. Il prossimo traguardo, quello più vicino, è quello del volo suborbitale ipersonico, che consentirà di avvicinare ancora di più i due capi della mappa, permettendo di raggiungere Tokyo da Roma in un paio d’ore.

Oggi ci troviamo di nuovo di fronte a una sfida storica e tecnica, così come fu per l’Aeronautica di Ferrarin superare l’immensa porzione di mondo che ci separava dall’Oriente. Guardare al modo con cui 100 anni fa sono stati affrontati problemi e difficoltà che apparivano insormontabili ci aiuta così a guardare al futuro, oggi allo Spazio, che è la nostra nuova frontiera, come il cielo lo era nel 1920 per chi ha pensato, preparato e affrontato la sfida del raid Roma-Tokyo.

Anche davanti a noi, come sempre nella storia, c’è un territorio ignoto da esplorare e conquistare, una sfida da affrontare, un salto da compiere.

Come si affrontano queste sfide? Con studio e preparazione, certo: l’ignoto si conquista partendo dal dominio del noto. Ma ciò non basta. Servono determinazione e tenacia, caratteristiche che al Ferrarin e ai suoi compagni d’avventura non mancavano. E mi piace ricordare che questa straordinaria impresa fu dovuta senz’altro anche alla giovane età e alla spregiudicatezza dei suoi protagonisti; se si eccettua il quasi trentenne Maretto, Ferrarin e Masiero avevano 25 anni, Cappannini era poco più che ventenne… l’innovazione è dei giovani e delle menti curiose e tenaci.

Il raid Roma - Tokio richiese un intenso lavoro di squadra e una pianificazione attenta al minimo dettaglio. Fondamentali furono l’impegno e la professionalità di tutti i componenti delle formazioni che decollarono e di tutti coloro che li assistettero in ciascuna fase: tutti egualmente importanti. Gli stessi Ferrarin e Masiero, del resto, dovevano essere in origine dei comprimari, delle staffette, incaricati di battere e predisporre la pista a favore di altri.

«Il pilota non è mai solo». La somma di più contributi ha dato portanza al loro volo, che ha colto il frutto del gioco di squadra, fronteggiando e superando imprevisti e avversità anche critiche grazie ad addestramento, istinto e capacità personali, valorizzando così l’impegno di tutti con il successo dell’impresa, che solo apparentemente è dei singoli.

Le caratteristiche tipiche dell’eccellenza sono profusamente manifestate in tutta l’epopea del raid Roma-Tokyo ed accomunano coloro che ne furono protagonisti. Tra questi è da annoverare anche un oggetto apparentemente inanimato, il “mezzo” dell’impresa, il biplano SVA.9, in realtà recipiente dell’anima, dell’ingegno e degli intenti dei suoi ideatori ed artefici. Nel ricordare questa epica impresa, quindi, non è possibile non parlare dell’industria che lo realizzò.

A Genova c’è un detto: «Se dici Genova dici Ansaldo, ma se dici Ansaldo dici Genova». Un connubio storico e fondante, iniziato nel XIX secolo e perpetuato fino ad arrivare alla Seconda Guerra Mondiale, quando dei 50.000 lavoratori dell’industria genovese oltre il 60% era impiegato presso la Ansaldo, realtà che ha caratterizzato profondamente la vita della città.

All’origine costruttrice di locomotive, poi di navi, con il progresso tecnologico si avventura nell’innovativo e pionieristico settore degli aeroplani, con importantissimi risultati, anche in termini di innovazione e modernità.

Nel tema del viaggio e dell’esplorazione, che occupa una centralità costante in questo percorso crescente, ritroviamo l’impulso che ha sempre caratterizzato questa industria e i genovesi che le hanno dato corpo e vita. «Genuensis, ergo mercator» («Genovese, quindi mercante»): in questo detto è racchiusa l’anima del popolo di Genova. Un popolo, sin dai tempi antichi, di viaggiatori, mercanti e combattenti, mosso da quello spirito di avventura, tenacia e volontà di crescita che troviamo tanto nella storia della Ansaldo quanto nell’impresa portata a termine da Ferrarin e dalla squadra che lo sostenne.

È in questa fucina, umana prima che industriale, che venne forgiato uno dei protagonisti dell’impresa di cui trattiamo: lo SVA.9.

Espressione di una produzione aeronautica nazionale emancipatasi rapidamente dopo una partenza in ritardo, lo SVA era notevolmente più affidabile rispetto alla maggior parte dei modelli dell’epoca.

Grazie a queste imprese, lo SVA.9 è diventato simbolo di un’era e soprattutto di un modo di concepire il volo, riconosciuto da tutti gli aviatori e gli appassionati.

Una visione che, in fondo, accomuna tutti gli aviatori di tutti i tempi e coloro che vivono di volo, impegnandosi quotidianamente nel proprio servizio in molti modi differenti ma sempre accomunati dalla spinta ad andare avanti, a migliorare, a crescere.

È in questo alone romantico, che ci solleva da terra e che ci fa volgere lo sguardo verso un orizzonte lontano, che troviamo e facciamo nostro il retaggio di quegli aviatori, dei loro SVA e di quel raid di 100 anni fa, ne raccogliamo il testimone con riverente rispetto ed ammirazione ma con lo stesso spirito e con la stessa freschezza e passione.

ferrarin a tokio 2 di 2

Gen. S.A. Alberto ROSSO

Il Generale di Squadra Aerea Alberto Rosso, nato a Genova il 29 settembre 1959, si è arruolato in Aeronautica Militare nel 1978, con il Corso Urano 3°.

Brevettato pilota militare negli Stati Uniti nel 1983, ha svolto la maggior parte della sua attività operativa quale pilota della Difesa Aerea.

È stato Comandante del 4° Stormo di Grosseto, Direttore del 4° Reparto Manutenzione Velivoli (RMV), assegnato allo Stato Maggiore della Difesa ha ricoperto l’incarico di Capo Ufficio Politica delle Alleanze e successivamente Vice Capo del 3° Reparto, poi Capo di Stato Maggiore del Comando Logistico AM, Capo del 4° Reparto dello Stato Maggiore Aeronautica. Nel settembre 2013 ha assunto l’incarico di Capo del 4° Reparto dello Stato Maggiore Difesa e a seguire Capo di Gabinetto del Ministro della Difesa.

Con Decreto del Presidente della Repubblica, il 31 ottobre 2018 il Gen. Alberto Rosso ha assunto l’incarico di Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare.

Dal 2014 al 2018 è stato consigliere di Amministrazione dell’Agenzia Spaziale Italiana.

Ha al suo attivo oltre 3000 ore di volo, prevalentemente su velivoli monoposto da caccia (oltre 2000 sull’F-104).

Il Gen. Rosso ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Militari Aeronautiche presso l’Università Federico II di Napoli.

 

 

 

 

 

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